Vaticinio, Vaticano e vaniloqui

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ROMA, 31 dicembre - L’anno che verrà sarà un anno difficile, lo dicono tutti. Soprattutto, lo dicono i media. Lo dicono talmente spesso che le persone – reduci dalla sbornia di frivola leggerezza e barbarie dei valori operata dalle reti televisive in chiaro e in scuro finchè c’era un altro premier –  oggi ne sono atterrite: colpa della terza legge di Newton.

Siamo passati dal tanto va tutto bene del bunga bunga al dramma epocale delle lacrime e sangue. Prima Lorenzo il Magnifico e chi vuol esser lieto sia, ora il pessimismo cosmico leopardiano da declassamento del rating.
Si paventa la peggiore crisi dalla grande guerra, uno scenario di stenti e sofferenza che ha poco a che fare tuttavia con la realtà delle cose, ma che si dice ci spingerà nel baratro. Quale baratro, se economico o culturale, non importa: l’importante è allontanarci dal pensiero razionale. Per ristabilire, o mantenere, la distanza tra l’avere e l’essere, far si che l’essere sia povero di sostanza.

Tranne che in queste settimane a cavallo del Natale, che hanno disinnescato con le loro luci la macchina mediatica tediosa e cupa e hanno generato un diffuso torpore atto a gioire (e spendere) per le feste. In una sorta di apnea natalizia per una fine d’anno distratta, che potrebbe essere l’ultima – lo dicono anche i Maya (ma è almeno molto improbabile).
Di religiosità e di credo ci siamo nutriti in questi giorni. Di levità e distacco si sentiva il bisogno, dopo mesi di notizie di crollo dei mercati, di dovute strette alla cinghia, di povertà incipiente.

Ecco che a Roma, la città eterna, ci si appresta alla fine dell’anno tra palchi in piazza, dimentichi della crisi, immersi in un mare di turisti stranieri che – estasiati – non sanno soffocare lo stupore per  le meraviglie della capitale più bella del mondo.
Le feste religiose sono momenti di raccoglimento per sperare, sono strumenti lenitivi per curare i malesseri delle persone. Così via del Corso si accende di un’interminabile cielo tricolore, e via dei Condotti si illumina di splendidi e sontuosi festoni, targati Mercedes.

A piazza San Pietro la grotta della natività è una composizione ricca e austera, preludio alla visita di uno dei templi più sontuosi e opulenti del globo. Nella città del Vaticano schiere di semiordinati visitatori fanno lunghe file per tutto e ammirano i fasti. In chiesa i soliti giapponesi – ora affiancati dagli emergenti cinesi – a frotte si affannano a sparare flash su ogni lastra di marmo, su ogni doratura, su ogni cenno d’opera d’arte di cui il tempio è saturo. Per proseguire poi con i musei Vaticani, 15 euro intero 8 euro ridotto per 5 milioni di visitatori l’anno (fonte: personale Cappella Sistina), un tripudio di opere d’arte, antichità e tesori ammassati in un palazzo sconfinato e straordinario, superficie lucente di un tesoro gigantesco e inimmaginabile custodito dalla Santa Sede qui e in ogni altra chiesa del globo.  Si vendono anche i souvenir, mi colpisce uno dei bestseller: la riproduzione della lettera autografa di Galileo al cardinale Francesco Barberini, con la quale lo ringrazia per aver ottenuto l’esilio ad Arcetri dopo l’abiura e le prigioni. L’onta immeritata che diviene perpetua.

Appare spontaneo provare ad avere fede in ciò che ha ordinato le leggi della fisica e la meraviglia di un Universo di cui sappiamo sempre di più ma che non conosciamo affatto, in cui siamo una porzione infinitesimale di materia. 

Allo stesso modo appare assurdo avere fede in alcune idee, un complesso di leggi e rappresentazioni generate da un gruppo di umani molti secoli (e nozioni) fa, idee pensate da una parte di quella materia infinitesimale rispetto all’universo e al tempo che è la razza umana,  idee peraltro diverse tra loro partorite quando si riteneva che la terra fosse il centro dell’infinito, idee inesorabilmente obsolete e mutate nel tempo da un potere temporale costruito proprio su certe idee che si è affermato nei secoli generando la più grande casta di intoccabili del pianeta.

Tempo di bilanci, di speranze. Tempo di saluti.Ancora una volta siamo alla fine dell’anno. Le paure e le ansie stanno per essere esorcizzate dal fragore dei tappi, dei botti e delle grida. Provo a pensare al futuro, che sarà difficile. Occorrerà attenzione, e buon senso, per affrontare le difficoltà, per non farsi mettere i piedi in testa dalle strumentalizzazioni e dalle furberie.

Penso alle conoscenze di quest’anno, alle dèlusioni, all’esperienza.  Penso al buon senso che anima certi di cui non condivido il credo ma che rispetto per il loro impegno, e penso ai solenni inquisitori di ieri e di oggi, che hanno generato i fasti della fede e che oggi generano i fasti dei mercati finanziari. Penso alla tolleranza e all’impegno per gli altri, che ci viene richiesto giustamente, ma che non sempre è praticato da chi ce lo chiede. Penso che sia opportuno valutare ogni questione con cognizione e capacità di astrazione, fuggendo le valutazioni che mettono al centro solo noi stessi o, di contro, solo i massimi sistemi.

Voglio ringraziare i lettori de LoSchermo. Hanno reso più forte questo giornale, ma soprattutto hanno spronato a migliorare quelli che vi scrivono. 

Gli auguri, di rito, sono per tutti.