A che serve la Brexit?

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Siamo di fronte ad uno strappo epocale.

La linea tracciata dal popolo inglese con un risicato ma robusto no all’Europa ha già scatenato analisti di ogni dove che ci raccontano di probabili catastrofici sviluppi. Reazioni di pancia, dettate dai timori che legittimamente assalgono un po’ tutti, ma che non devono e non potranno determinare l’apocalisse. Reazioni incalzate dai canali di informazione, spesso come sempre in cerca di ascolto più che di obiettività o ragione. Non c’è critica ma stupore nel sentire di oggi, raccolto dalle opinioni condivise in rete e dalle chiacchiere diffuse. I media sociali riflettono come sempre il pensiero diffuso – ben influenzato dall’informazione generalista e dai pregiudizi di una certa discultura.

Non si può minimizzare questo fatto. Probabilmente é l’inizio di un cambiamento storico determinante per l’intero panorama geopolitico. Ma non è detto che sia solo un disastro: dipende soprattutto da tutti noi.

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La storia del Regno Unito non é poi così antica. Scozia, Galles ed Inghilterra sono insieme dal 1707, e l’Irlanda è stata annessa dal 1800 al 1922, quando finì la guerra d’indipendenza e fu riconosciuta come Stato Libero – tranne la porzione del Nord, dove si è combattuto a oltranza, tra protestanti filobritannici e cattolici nazionalisti, fino alle soglie del nuovo millennio.

L’essere parte di un organismo europeo più grande aveva alla fine sopito i pruriti secessionisti degli irlandesi (e quelli già dormienti ma vivaci degli scozzesi). Gente che nei secoli aveva sempre sviluppato commercio e relazioni con l’Europa: Spagna, Francia, Olanda, Germania e paesi del Nord, felici dunque d’esser parte d’un ampia coalizione commerciale e finanziaria. Pruriti sopiti, non spenti.

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Ho creduto all’Europa. Sono cresciuto pensando ad un orizzonte più ampio. L’ho anche vissuto. Ho girovagato per l’Europa prima e dopo le frontiere aperte, perciò ho apprezzato l’idea che nel nostro domani, con la generazione di mio figlio, o quelle successive, il futuro del vecchio continente potesse trovare quel rinascimento inevitabile perché codificato dai corsi della storia, che si ripete sempre. Perfino quando l’inevitabile contrappasso dell’Euro ci ha colpito, ho creduto in EU. Il Sun, venerdì 24 giugno, é uscito invece con “See EU Later”. Un triste, bel copy. Un buon pretesto per ricondurci alla comunicazione.

Già, perché al di là di una analisi sulle strategie politiche degli ultimi quarant’anni, sui flussi migratori che stanno ridefinendo la nostra società liquida, o sulle disragioni della finanza che hanno determinato insofferenza, nostalgia e humus per l’exit percepibile in tutto il vecchio continente, l’errore più grande è un errore di comunicazione.

Brexit significa non ci vogliamo stare. Significa che più della metà dei britannici ha comunicato di non voler essere europeo. Quindi significa che le istituzioni non hanno creato, con la comunicazione, quel senso di appartenenza che avrebbe consentito di crescere, di sentirsi uniti, di guardare ad un cambiamento che richiederà decenni con un entusiasmo diffuso e più o meno condiviso.

Eppure esistono molti esempi, già ampiamente praticati. Grandi nazioni del mondo, piene di differenze culturali, religiose ed economiche, che si percepiscono unite grazie a paradigmi comunicativi sovranazionali che conducono con sé passione, ideali, sogno. Pensiamo ad esempio agli Stati Uniti: fin da bambini, l’inno nazionale è ascoltato e cantato in ogni scuola del paese. E il racconto del sogno americano giunge ovunque, promette speranza, unisce e rende più semplice guardare avanti anche alle minoranze, o alle regioni che vivono maggiore crisi.

L’amore per la patria è costruito sulla pubblicità delle stelle e delle strisce, ma fa bene alla nazione, la rende forte. E – con modalità formali diverse ma con lo stesso intento, è un modello che troviamo in Cina, in India o in altri luoghi, lì dove si vuole creare unione tra popoli spesso diversi tra loro.

In un territorio come quello europeo, con una storia antichissima di efferate lotte, divisioni e campanili, dominazioni e sottomissioni, qui più che altrove sarebbe stato necessario (e lo è oggi ancora di più) creare qualcosa di ben più grande di una semplice bandiera blu piena di stelle in cerchio (chi sa quante sono, ad esempio)?

Serve un vero lovemark, un brand/credo, un posizionamento elevato per un organismo che è nuovo e in qualche modo alieno per noi dei paesi d’Europa, abituati a comandare o essere comandati per regioni, ancor più che per paese. I modelli politici o economici sono determinanti, ma più di essi, per unire i popoli, serve uno spirito diffuso, entusiasta. Serve passione per il futuro. Serve speranza, pur nel rigore economico.

La concentrazione sulla finanza, l’’attenzione a pochi anziché alle masse, la mancata comunicazione di unità, ha reso le persone scettiche verso qualcosa che non hanno compreso. Che non hanno intuito. Ma in comunicazione, se chi riceve il messaggio non lo codifica correttamente, non lo comprende, è colpa di chi lo ha trasmesso. O avrebbe dovuto trasmetterlo.